Intervista: Giuseppe Franza

 Chi è Giuseppe?

Sono un tipo disordinato, dicono. Nato quarantuno anni fa a Napoli. Da qualche anno, però, vivo a Roma. Faccio l’editor, quindi leggo e scrivo dalla mattina alla sera. E nel tempo libero, per distrarmi, leggo e scrivo. Da piccolo ero indeciso se fare l’archeologo o il pizzaiolo. Mi incantavano entrambe le cose: scavare e infornare. A ripensarci, il comune denominatore era la pala.

Ci dai qualche dettaglio in più sulla trama de I tre esorcismi di Rafilina da Torrecuso?

È un romanzo storico, che tratta l’argomento dell’esorcismo da un punto di vista dottrinale e da un punto di vista più esistenziale. Ho provato insomma a descrivere l’affanno con cui la Chiesa al tempo di Tommaso d’Aquino dovette approcciarsi alla questione. Il punto è che questo particolare rituale non è un sacramento, e quindi non ha mai avuto una sistemazione teologica precisa e nemmeno fu mai inteso come una pratica efficace. La preghiera che i cristiani cattolici chiamano esorcismo, anche se insistita, non garantiva all’officiante la cacciata dello spirito maligno dall’ossesso, e non era una prerogativa esclusiva del clero. Lo diventerà più tardi, con la Controriforma. Poi racconto anche la storia particolare di una ragazza del Duecento. Rafilina, che è riconosciuta come un’indemoniata, ed è quindi vittima di un accanimento ideologico e sociale che potrebbe essere giudicato come una strana commistione di ignoranza, pietà e crudeltà.

Descrivi il libro con tre aggettivi.

Denso, cupo, mediamente luttuoso

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Una scena del libro che ti piace particolarmente?

Non saprei. Forse la scena in cui i protagonisti, Rafilina e Zosimo, s’incontrano per la prima volta. Lei non parla e sembra del tutto assente, ma d’un tratto si volta e lo guarda, mentre lui sta raccontando delle sciocchezze. Sorpreso da questa inattesa manifestazione di interesse, lui si sente immediatamente ammaliato e comincia allora a fantasticare a proposito di una nuova vita da spendere insieme a quella sconosciuta.

Presentaci Zosimo.

Zosimo è un allevatore di oche dai lunghi capelli sporchi e annodati e dalle vesti logore. È un giovane poverissimo, analfabeta e incline alla menzogna, che si lascia coinvolgere in un’avventura spaventosa nell’illusione di poter guadagnare qualcosa. Piano piano dimostra però di avere una coscienza e anche una certa intelligenza critica. Segue Rafilina in tutto il suo lungo viaggio e la protegge, a modo suo, dalle avversità che la insidiano.

Cosa non sappiamo della vita nel regno di Napoli nel XIII secolo?

Esistono i Registri della cancelleria angioina che ci dicono molto sulle questioni politiche, burocratiche ed economiche del regno di Napoli a partire dal 1266. Conosciamo anche molto sui miti, le leggende e le tradizioni del popolo di quel regno, grazie al lavoro di ricerca di tantissimi medievalisti dell’Ottocento, che erano particolarmente interessati al periodo. Sappiamo invece poco sull’epoca sveva, perché tutti i documenti ufficiali di Federico II sono andati distrutti. Si dice spesso che sia stato Carlo d’Angiò a farli sparire, ma in realtà è probabile che siano stati persi in seguito a un incendio poco prima che l’angioino arrivasse a Napoli. Tanti libri sul periodo, anche accademici,sono contaminati da un abuso ideologico del mito di Federico II. E poi c’è il problema dei Diurnali di Matteo Spinelli, una cronaca napoletana del XIII su cui si basano tantissimi saggi e romanzi. Ma purtroppo i Diurnali sono un falso di epoca rinascimentale o seicentesca.

Perché (e a chi) consiglieresti I tre esorcismi di Rafilina da Torrecuso?

Lo consiglierei all’appassionato di storia medievale meridionale. Ma spero possa piacere come romanzo in sé, scollegato dal genere particolare.

Raccontaci un po’ del tuo rapporto con il romanzo storico, sia come lettore che come autore.

Non ho letto molti romanzi storici di autori contemporanei, non mi attraggono. Preferisco l’approccio tardo-ottocentesco. Penso al Taras Bul’ba di Gogol, oppure a Gli Sciuani di Balzac. Mi piacciono molto i racconti di Flaubert come La leggenda di san Giuliano Ospitaliere ed Erodiade. Credo dipenda dall’uso del tragico e del pittoresco. Come autore ne ho subito l’influsso.

Quali sono le difficoltà nello scrivere un romanzo storico?

È complicato bilanciare l’esigenza di pertinenza storiografica con l’introduzione di elementi puramente narrativi. Bisogna capire se privilegiare la ricostruzione attenta dei dati o la proposta di vicende inventate. E poi si deve anche giustificare questa scelta con una poetica adatta. Ci vuole equilibrio. E io, di sicuro, mi sono perso, sbilanciandomi prima con dettagli eruditi che forse interessano soltanto me e poi prendendomi troppe libertà.

Puoi dare qualche consiglio a chi vorrebbe cimentarsi in questo genere letterario?

Dato che è impossibile ricostruire in toto l’atmosfera di un’epoca, consiglierei di limitare il campo di azione e speculazione narrativa a dei segmenti di vita scelti secondo sensibilità. Purtroppo non si può recuperare e poi raccontare ogni uso e costume di un’epoca, non si può cogliere la mentalità specifica e non si possono restituire le particolarità spirituali e materiali del passato. Tante cose ci sfuggono, altre possono essere fraintese. Allora conta divertirsi nel rivivere e far rivivere un ambiente coerente e comprensibile, senza sfociare nella superficialità o, per contro, nella presunzione. Partire da un tema circoscritto aiuta.

Qual è l’ultimo romanzo storico che ti è piaciuto particolarmente e perché?

Mi è piaciuto La chimera di Sebastiano Vassalli. È un’opera pubblicata negli anni ’90, ed è il prototipo di romanzo storico letterario che cerca di raccontare attraverso fatti di un passato lontano questioni ancora irrisolte e attuali. Poi c’è Il supplizio del legno di sandalo, di Mo Yan, che racconta la Cina del primo Novecento, dove tradizioni antichissime si scontrano con l’arrivo della modernità. Poi due romanzi più recenti: La vergine napoletana di Giuseppe Pederiali, che immagina la ricerca di un figlio di Corradino di Svevia a Napoli, e Trimalcione e il Mistero di Plinio di Armando Carravetta, che descrive con forza immaginifica cosa dovette accadere dopo l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C..

C’è un altro periodo storico in cui ti piacerebbe ambientare un romanzo?

Il periodo compreso fra la crisi repubblicana a Roma e la fine della dinastia Giulio-Claudia. Mi piacerebbe anche ambientare un racconto in Giudea al tempo di Gesù o un po’ dopo. La fase raccontata da Giuseppe Flavio nella Guerra Giudaica, con decine di messia che spuntavano in ogni angolo, grande tensione sociale e spaventosi slanci apocalittici

Quali progetti letterari hai per il futuro?

Per il momento nessuno. Mi concentrerò per un po’ sul lavoro da editor. Quindi mi dedicherò a progetti letterari altrui.

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